Nella ricorrenza della “giornata della Memoria” Fondazione Ansaldo ricorda le vittime dell’Olocausto riprendendo integralmente dal libro “REX: il sogno azzurro – the blue riband” il capitolo dedicato alla fuga di molte famiglie ebree che, grazie al REX, attraversarono l’Atlantico trovando rifugio in America tra il 1933 e il 1940.

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A bordo piscina, 1939 (RGB)

Nei decenni intercorsi tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale, la maggior parte degli ebrei europei risiedeva in Russia e nei paesi dell’Europa orientale, in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Germania e in Austria. Gli ebrei italiani erano circa 45.000, cui si aggiungevano altri 10.000 residenti sul territorio italiano ma di nazionalità estera.

Il 1933, con l’avvento al potere di Hitler, segna l’inizio dell’esodo dalla Germania dei 500.000 ebrei tedeschi che vi risiedevano. Prima del 1938, circa 250.000 ebrei lasciarono la Germania, molti dei quali per la Palestina (nel solo 1933, circa 35.000). Nel 1938, l’annessione dell’Austria alla Germania obbligò gli ebrei che potevano farlo a lasciare anche quel paese. I profughi ebrei dalla Germania e dall’Austria vennero accolti e il loro insediamento non fu ostacolato dalle autorità italiane.

Nel maggio del 1938 Hitler visitò Roma per ricambiare la visita di Mussolini e il mese successivo esperti tedeschi di razzismo vennero in Italia per istruire i funzionari italiani su questa pseudo-scienza. Due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, venne pubblicato il “Manifesto della razza”, con le sue teorie sull’esistenza di una presunta razza ariana italica, e il primo settembre 1938 venne emanata la legge: tutti gli ebrei italiani furono banditi dalla vita pubblica e le scuole furono precluse ai bambini ebrei. All’interno del partito fascista, tra i pochi ad opporvisi fu Italo Balbo.

Gli ebrei che ne avevano la possibilità, emigrarono: i più verso le Americhe, ma anche in Palestina. Gli altri si adattarono a vivere come potevano, si organizzarono in seno alle comunità e continuarono, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che, dall’avvento di Hitler al potere, continuavano ad affluire numerosi in Italia.

Il periodo 1938-1943 fu tragico per gli ebrei italiani. Nello studio di Michele Sarfatti si certifica che in questi sei anni vennero assoggettate alla persecuzione circa 51.100 persone. I perseguitati furono 46.600 ebrei effettivi e 4.500 non-ebrei classificati “di razza ebraica”. L’antisemitismo permeò la vita del Paese in tutti i suoi comparti. In un solo anno, dei 10mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6.480 furono costretti a lasciare il Paese.

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In partenza da Napoli, 1938 (RGB)

Per fortuna la persecuzione degli ebrei trovò scarso consenso nel popolo italiano, salvo poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si esponevano, salvarono la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case, mentre i partigiani accompagnavano alla frontiera svizzera vecchi e bambini. Tra tutti, spiccano gli atti di eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a Dachau). Anche la Chiesa Cattolica intervenne in modo deciso. Molti ebrei trovarono rifugio e salvezza nei monasteri e nelle parrocchie di Genova in attesa degli imbarchi.

Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, fu autorizzato a creare un’organizzazione con sede a Genova per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa, conosciuta come DelAsEm, (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei) che aiuterà oltre 5.000 rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere paesi neutrali. A Vienna invece operava la HIAS (Hebrew Immigration Aid Society) specializzata nell’ottenere nuovi documenti e visti di espatrio soprattutto verso gli Stati Uniti.

I passeggeri ebrei sul REX, distribuiti in tutte le classi con imbarco a Genova o a Cannes, iniziarono ad essere notati già nel 1933, con un graduale incremento sino a raggiungere numeri elevati negli anni successivi, sino al 20 maggio 1940 con l’ultimo viaggio del REX. Nei viaggi verso l’America la nave era sempre al completo, mentre in direzione dell’Europa trasportava generalmente solo qualche centinaio di passeggeri. Poiché molti emigranti ebrei ortodossi, specie delle terze classi, rifiutavano i pasti a bordo se non preparati secondo le regole kosher, arrivando a fine traversata molto deperiti, non riuscendo a superare la visita di controllo sanitario per l’ingresso negli Stati Uniti, le organizzazioni ebraiche si attivarono quindi per poter svolgere attività di sostegno diretto a bordo delle navi. Già nel gennaio 1933, con l’accordo tra l’Union of Orthodox Jewish Congregations of America e la società Italia, per far fronte al crescente numero di passeggeri ebrei, sul REX furono imbarcati in permanenza un rabbino e un cuoco kosher, con cambi del personale:

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A bordo esisteva una cucina kosher con riposteria e frigoriferi dedicati, che vennero ampliati nei lavori del maggio 1936, in seguito alla fusione delle classi Turistica e Speciale. Anche i menù erano personalizzati e persino i piatti avevano la scritta REX in caratteri ebraici.

Nello United States Holocaust Memorial Museum di Washington sono raccolte parecchie testimonianze fotografiche, scritte e registrazioni vocali degli ebrei europei che riuscirono a fuggire a bordo del REX. Tutti confermano la grande cura con cui furono accolti dall’equipaggio e lo squisito trattamento ricevuto durante la traversata, che compensava in certa misura le pene subite, aiutandoli a dimenticarle. Le vie di fuga più usate erano il passaggio dall’Austria a Trieste in Italia, per proseguire in treno sino a Genova ove si attendeva l’imbarco sul REX. In alternativa si passava dalla Francia per raggiungere la nave allo scalo di Cannes.

In base al numero di viaggi transatlantici compiuti dalla nave, considerando una media ridotta di passeggeri a bordo, furono dai 30.000 ai 50.000 gli ebrei italiani ed europei che viaggiarono a bordo del REX verso gli Stati Uniti.

Quella che molti consideravano la nave dell’orgoglio del regime, fu invece per molti la “nave della salvezza” grazie soprattutto al suo equipaggio, che meriterebbe a pieno titolo di essere ricordato nel “Giardino dei Giusti tra le Nazioni”.

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 In arrivo a New York, 1937 (RGB)

Fondazione Ansaldo è fabbrica della memoria non solo perché conserva gli archivi di oltre 100 realtà che hanno e che operano nel mondo del lavoro, ma anche perché ogni giorno si attiva per promuovere la cultura d’impresa, sia valorizzando i beni culturali che conserva, sia ricercando nuove storie e nuove memorie da raccontare anche per progettare nuove attività.

Raccontare è il mestiere delle case editrici, come la Franco Angeli che da quasi 70 anni si occupa di editoria per la formazione dei quadri e del management aziendale, di sociologia industriale, di urbanistica, di pianificazione regionale, di economia industriale, di psicologia del lavoro, di geografia umana e molto altro ancora, fino ad affermarsi tra le presenze più ragguardevoli nel campo degli studi e della formazione universitaria.

È lo stesso Franco Angeli a dire: “È necessario sostituire alle fabbriche di prodotti materiali, le fabbriche di idee” e Fondazione Ansaldo, omaggiandolo, desidera aggiungere che “sarà poi compito della fabbrica della memoria quello di raccogliere e tramandare l’eredità di queste”. 

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Franco Angeli

La casa editrice Franco Angeli nasce nel 1955, inizialmente come ditta individuale. Franco Angeli (1930-2007) aveva solo 25 anni e si era laureato tre anni prima all’Università Bocconi con una tesi di Storia economica discussa con Armando Sapori, tra i più illustri studiosi della generazione tra le due guerre.

Già nel ’52, subito dopo la laurea, aveva iniziato a dedicarsi all’attività editoriale lavorando con il padre Dino, che dal 1929 pubblicava la rivista “Il Consulente delle aziende”, la prima a rivolgersi ai dottori commercialisti e ai dirigenti amministrativi trattando nel concreto le problematiche legate al mestiere.

Mostrando da subito spirito imprenditoriale e lungimiranza, Franco Angeli aveva presto fondato una seconda rivista, “L’Azienda moderna” e quindi una terza, “Fattore umano”. Erano i primissimi anni Cinquanta, e iniziavano in quel periodo a diffondersi i primi studi di psicologia e sociologia del lavoro.

A metà del decennio la scelta di aprire la propria casa editrice, in un periodo subito successivo alla ricostruzione postbellica, segnata dallo sforzo - promosso dal mondo politico ed economico americano - per diffondere nelle imprese europee tecniche e ricette che assicurassero un innalzamento della produttività e migliorassero le condizioni di reddito e di lavoro. Una matrice “riformista” anima dunque le pubblicazioni e le collaborazioni con enti e centri studi nel primo decennio di attività. I primi testi sono destinati alla formazione dei cosiddetti “capi intermedi”, dei manager e dei venditori, ma contemporaneamente iniziano ad essere pubblicati libri di più ampio respiro scientifico.

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Una seconda fase importante matura tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Sono anni segnati dalla fine del miracolo economico e dall’esplosione del conflitto industriale. Le attenzioni della casa editrice si allargano ulteriormente, nello sforzo di capire come quanto accadeva al di fuori delle mura aziendali incidesse e si ripercuotesse sul mondo d’impresa. Il catalogo si diversifica e vi appaiono studiosi di sociologia industriale (Guido Baglioni), di urbanistica (Bernardo Secchi), di pianificazione regionale (Francesco Indovina), di economia industriale (Romano Prodi), di psicologia del lavoro (Enzo Spaltro), di geografia umana (Lucio Gambi).

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Negli anni ancora successivi gli interessi continuano ad ampliarsi a nuove aree di studio, con l’apporto di voci importanti: nel diritto del lavoro (Gino Giugni, Giuseppe Pera) nella psicologia (Marcello Cesa-Bianchi), nell’architettura (Massimo Scolari, Guido Nardi), nella sociologia (Vincenzo Cesareo, Achille Ardigò), nella storia (Franco Della Peruta), nella filosofia (Mario Dal Pra), nella pedagogia (Egle Becchi), nell’antropologia (Bernardo Bernardi).  Per tal via la casa editrice si qualifica tra le presenze più ragguardevoli nel campo degli studi e della formazione universitaria (in specie per le discipline sociali).

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Anche se da allora in poi la fisionomia non sarà più solo quella iniziale – di editoria per la formazione dei quadri e del management aziendale - questo impegno continuerà ad esserne una parte importante e riconosciuta. In virtù di ciò a Franco Angeli viene riconosciuta nel 2000 la nomina a presidente dell’Associazione Italiana Formatori, che eserciterà sino al 2003.

Nel 2005, confermando la grande attitudine ad una visione a lungo termine, Franco Angeli afferma: “È necessario sostituire alle fabbriche di prodotti materiali, le fabbriche di idee”.

Negli anni sono stati pubblicati oltre 40.000 titoli. Nel 2021 le novità (in formato cartaceo, solo digitale, o in Open Access) sono risultate oltre 600. I periodici (anch’essi in formato cartaceo, solo digitale, o in Open Access) sono 78.

In riconoscimento della sua attività, il Comune di Milano ha assegnato nel 1972 a Franco Angeli l’Ambrogino d’oro e nel 2008, alla sua scomparsa, l’iscrizione nel Famedio del Cimitero monumentale, che ricorda i cittadini milanesi che con le loro capacità hanno onorato la città.

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 Ilaria e Stefano Angeli

Gennaro Perna, classe 1945, attraverso la penna di Michele Di Luca, ci racconta una storia di mare, una storia vecchia come il mondo, come la storia dei marinari di Torre del Greco, fatta di valore e coraggio.

Un’onda anomala colpì la Michelangelo durante una traversata nell’aprile del 1966. La forza della natura ricorda così all’uomo le sue capacità e, purtroppo, la sua violenza. Ma l’uomo risponde con altrettanta forza e tempra morale.

Il raccontare serve a tramandare le conoscenze, il saper fare, a mantenere vivo ciò che è stato e trasmettere di generazione in generazione i valori di una società in continuo sviluppo. Pertanto Fondazione Ansaldo raccoglie i ricordi di uomini coraggiosi e di grandi imprese.

Oggi salpiamo insieme per una nuova avventura nel mare dei ricordi… Buona lettura!

 

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Torre del Greco città del corallo e dei fiori, così recita la targa posta all’ingresso della cittadina alle falde del Vesuvio, e non è solo questo che la caratterizza bensì è anche, e soprattutto, luogo di forte tradizione marinara che si perde nella notte dei tempi. Basti pensare che i Borbone la chiamavano “la spugna d’oro del Regno delle due Sicilie” per le numerose barche coralline che si spingevano fino alle coste africane per la pesca del corallo, chiamato anche oro rosso.

La tradizione marinara torrese famosa sia nel settore armatoriale che in quello del personale navigante, si è sempre distinta nel mondo dove con alterne vicende i suoi marinai sono stati artefici e spettatori di tante avventure liete e tristi, in pace come in guerra, quando l’andar per mare era una vera e propria avventura su legni rudimentali e tutto era affidato alla perizia dell’equipaggio e alla conoscenza degli elementi che li circondavano. Per fortuna col passar degli anni la tecnologia ha fatto passi da gigante anche nel settore della navigazione e della cantieristica varando navi sempre più grandi e confortevoli chiamate appunto transatlantici come Rex, Conte di Savoia, Michelangelo e Raffaello, orgoglio della cantieristica e della marineria italiana.

Purtroppo questo patrimonio di avventure e di conoscenze spesso non raccolto per tramandarne la memoria alle future generazioni inesorabilmente cadrebbe nell’oblio se non ci fossero delle istituzioni come la Fondazione Ansaldo che recupera documentazione e storie per accrescere e custodire il bagaglio di conoscenze.

A proposito di ricordi vogliamo parlare della turbonave Michelangelo ed esattamente “dell’onda anomala” del 12 aprile 1966.

Quella mattina… qui comincia il racconto veemente e pieno di commozione di Gennaro Perna, classe 1945 matricola 38741 del libretto di navigazione, torrese verace, imbarcato sulla Michelangelo dal 4 febbraio 1966 in qualità di Giovanotto di II^.

…La Michelangelo navigava alla volta di New York con mare in burrasca… la furia degli elementi stava colpendo la nave procurando notevoli sollecitazioni allo scafo e facendo letteralmente scoperchiare alcune prese d’aria poste sul ponte di prua per le quali necessitava l’urgenza di ricoprirle al fine di evitare ulteriori seri danni.  Il Comandante in seconda Claudio Cosulich radunò gli uomini di coperta alla ricerca di quattro volontari per riparare il danno. Senza esitazione Gennaro Perna, pur consapevole del pericolo che incombeva, si offrì insieme ad altri tre tra cui il marinaio torrese Lama Biagio per richiudere “i funghi” ossia le prese d’aria portate via in precedenza dalle onde.

Qui il racconto del Perna si carica ancor più di emozione in quanto rivive gli attimi concitati di quando viene imbracato con una fune trattenuta dal Cosulich ed altri e si portò sulla prua estrema della Michelangelo per effettuare l’intervento di copertura indispensabile alla sicurezza della nave. Quell’operazione risultò un mix di senso del dovere, rischio incalcolato ed un pizzico di fortuna basti pensare quello che accadde di lì a poco con la cosiddetta onda “anomala” che investì in pieno la prua, il ponte di comando ed alcune cabine, provocando decine di feriti, alcuni morti, e lo stesso ufficiale Cosulich riportò alcune fratture agli arti. Se “l’onda” distruttiva si fosse verificata durante l’operazione i “volontari” sarebbero sicuramente stati tutti spazzati via fuori bordo con risultato facilmente deducibile.

I feriti vennero curati a bordo ed una parte di essi anche con l’ausilio di una nave della marina militare americana che fornì ulteriore assistenza mentre la turbonave riprendeva la rotta per New York. Ma Gennaro Perna non esaurì la sua attività straordinaria difatti qualche giorno dopo sempre volontario fu impegnato nell’operazione di trasbordo di un marinaio feritosi gravemente agli arti inferiori tale Mario Bianchini. La gravità delle ferite riportate necessitavano di un ricovero urgente presso una struttura a terra perciò fu disposto l’invio di un elicottero della guardia costiera americana per portare il ferito a terra. Per questa delicata quanto pericolosa operazione, soprattutto per l’epoca, il Perna fu dotato di stivali, tuta e guanti di gomma a protezione dell’enorme carica elettrostatica generata dall’elicottero, il cui cavo utilizzato per issare il ferito sul velivolo poteva provocare una folgorazione elettrica. Tutto andò per il meglio ed anche questo intervento fu archiviato nel libro dei ricordi.

Oggi Gennaro Perna che da molto tempo ha lasciato il mare, ha dismesso i panni di marinaio ma non dimentico nel cuore e nella mente resta sempre il marinaio descritto da Lucio Dalla.

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“Cento in poppa” è il motto inserito nel logo vincitore del concorso indetto internamente all’Istituto Tecnico dei Trasporti e Logistica Nautico San Giorgio volto a celebrarne il centenario.  L’Istituto, fortemente radicato e sentito nel territorio, da sempre si impegna nella formazione dei più giovani in campo marittimo e vanta numerosi ex alunni di straordinario talento.  L’augurio di Fondazione Ansaldo per l’Istituto è che il vento del sapere possa soffiare sempre e gonfiare le vele delle menti delle nuove generazioni verso i loro obiettivi.

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Logo per i 100 anni dell’L’I.T.T.L. Nautico San Giorgio

L’Istituto aprì i battenti in Piazza Palermo nel novembre del 1921. Anche se in realtà l’istruzione nautica, come scuola governativa, risale al 1816, quel 7 novembre di cento anni fa vide la piena autonomia.

La lunga storia della scuola evidenzia la sua relazione con la tradizione marittima e una reale integrazione con i valori del nostro territorio; l’Istituto ha infatti formato generazioni che hanno dato alla Marina Mercantile e alla Marina Militare illustri personaggi e innumerevoli ufficiali di macchina e di coperta, nonché tecnici per le costruzioni navali.

L’integrazione dell’annuario dei diplomati, pubblicata per l’evento di celebrazione del centenario, contiene interessantissime pagine dedicate, tra gli altri, al Com.te del REX Francesco Tarabotto, al Direttore di Macchina del REX Luigi Risso, all’Ammiraglio Luigi Durand de la Penne, al Generale Alberto Li Gobbi e al Com.te Aldo Baffo, per arrivare ai giorni nostri. Sono ricordate anche personalità eccellenti come il Cardinale Giuseppe Siri, che fu docente di religione, Pietro Germi, alunno, Italo Balbo ed Emilio Salgari, diplomati “honoris causa”.

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La vecchia sede di Piazza Palermo, Genova

Di questi cento anni, tanti sono quelli “storici”, in particolare ricordiamo:

•        il 1992, anno in cui il Nautico San Giorgio di Genova si fonde con il Nautico C.Colombo di Camogli;
•        il 2007, anno in cui la sede di Genova trasloca negli spazi di Calata Darsena;
•        il 2009, anno in cui nasce l’indirizzo aeronautico nella sede staccata di Camogli;
•        il 2010 quando, con la Riforma degli Istituti Tecnici, la scuola diventa Istituto Tecnico dei Trasporti e Logistica, mantenendo tuttavia il nome di Nautico San Giorgio.

L’I.T.T.L. Nautico San Giorgio di Genova e Camogli si articola dunque sul territorio della Città Metropolitana con la sede di Calata Darsena e le Succursali di Via Dino Col, a Genova, e la sede associata di Camogli, per un totale nel corrente anno scolastico di 1300 studenti.

La percentuale di alunni provenienti da fuori regione è del 6,31% su Genova e dell’1,41% su Camogli; il numero di studentesse è pari all’8,7% e la percentuale degli studenti con cittadinanza non italiana è del 6,1%.

Questi i percorsi di studio offerti:

•        Conduzione del Mezzo Navale (C.M.N.);
•        Conduzione di Apparati e Impianti Marittimi (C.A.I.M.);
•        Conduzione di Apparati e Impianti Marittimi (CAIM)/Conduzione di Apparati e Impianti Elettronici di bordo (CAIE), percorso sperimentale integrato;
•        Conduzione del Mezzo Aereo;
•        Costruzione del Mezzo navale;
•        Logistica.

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Sede di Calata Darsena e Sede di Camogli

Il “Nautico San Giorgio” è socio fondatore e Istituto di riferimento della Fondazione Accademia Italiana della Marina Mercantile che, con la sua offerta formativa, rappresenta una naturale prosecuzione degli studi nelle filiere marittime e logistica.

La scuola, insieme all’Associazione Ex Allievi e Docenti e al Collegio Nazionale Capitani L.C. & M., ha organizzato i festeggiamenti del Centenario con un fitto calendario di appuntamenti:

la cerimonia di apertura si è tenuta il 15 novembre 2021 nell’Auditorium della sede di Calata Darsena con l’intervento delle autorità, seguita il 20 novembre dal 1° Palio Remiero delle scuole secondarie di secondo grado della Liguria con una sezione riservata ai Nautici Liguri, una vera e propria festa dello sport nello specchio acqueo del Porto Antico; il 26 novembre, infine, ha visto l’inaugurazione della strumentazione donata dalla Fondazione Piaggio al Laboratorio di Costruzioni Navali e al Laboratorio di Macchine. Attualmente si sta proseguendo con convegni dedicati agli alunni, uno per ogni percorso di studio, per farli incontrare con il mondo del lavoro, del loro futuro lavoro, e per far scoprire loro le opportunità che li attendono dopo il diploma.

Stiamo lavorando per i prossimi 100…

Buon Vento!

i ragazzi del nautico san giorgio

I ragazzi dell’ L’I.T.T.L. Nautico San Giorgio

La scalinata di Boccadasse è stata intitolata il 26 luglio 2021 a Piero Calamai, Comandante dell’Andrea Doria, quale compimento di un percorso di riconosciuta serenità, ancorché postuma dopo un lungo doloroso silenzio. Ancora oggi, dopo 65 anni, si dibatte sulla sua responsabilità nel naufragio del bel transatlantico.

Piero Calamai non è stato un uomo qualsiasi. Eugenio Giannini, terzo ufficiale del Transatlantico in quella fatidica notte del 25 luglio 1956, sempre giovane nello spirito ma sofferente nel ricordo, non ha dubbi: difende senza sé e senza ma il suo Comandante, ne onora la memoria e il suo comportamento da leader, non voleva abbandonare la nave: lo costrinsero.

Non è compito della Fondazione così come dello storico, stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Riportare fonti, rilevare testimonianze o dati, ecco, uno tra i compiti della Fondazione Ansaldo. Non possiamo esimerci, quindi, dal riportare la testimonianza scritta di Giannini. Un ricordo vivo, carico di emozioni, oramai lontano nel tempo ma che è invece ancora oggi così vicino.

 Piero Calamai
Piero Calamai a bordo dell’Andrea Doria

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Padova, 10 settembre 2021

Egregio Dott. Fiori,

le invio un breve ricordo del Comandante dell’Andrea Doria, il Capitano superiore di Lungo Corso, Piero Calamai; il mio Comandante.
Dire di quel grande uomo che fu Piero Calamai nel breve spazio di una pagina dattiloscritta è stata cosa ardua a compiere. Ho fatto del mio meglio e spero di esserci riuscito.
Allego un dépliant a fumetti, da me eseguito in ricordo della tragica vicenda.

                                    Cordiali saluti

    firma

RICORDO DI PIERO CALAMAI – IL COMANDANTE DELL’ANDREA DORIA

Quando si parla o si scrive dell’Andrea Doria o del suo Comandante, il Capitano superiore di Lungo Corso Piero Calamai, qualcuno che ha qualcosa da dire e da ridire, si trova sempre.  Accade spesso che, coloro che parlano o scrivono dell’Andrea Doria o del suo Comandante, lo fanno senza cognizioni di causa. Purtroppo così va il mondo!

Piero Calamai aveva un modo di fare, un comportamento calmo e sereno. Non ho mai sentito il Comandante Calamai alzare la voce. Aveva fiducia nei suoi ufficiali ma, in particolari, difficili condizioni di navigazione, il suo senso della responsabilità era altissimo. Anche in caso di nebbia non delegava il comandante in seconda ma sopraintendeva personalmente alla navigazione senza interferire nei confronti dell’ufficiale capoguardia ma dandogli il conforto della sua presenza sul ponte di comando. Anche la sera della tragedia, quando montai di guardia alle 20.00, lo trovai sul ponte di comando; in disparte, consumava una cena frugale e allorché, verso le 22.00, il Comandante in seconda Osvaldo Magagnini si offrì di sostituirlo, rifiutò, gentilmente, ma rifiutò.

Anche dal punto di vista umano, Piero Calamai, era un uomo eccezionale; una volta mi ha chiesto notizie delle mie origini e della mia famiglia; nessun’altro comandante l’ha fatto.

Piero Calamai era stato anche un uomo coraggioso, sia in tempo di guerra che di pace, le sue mostrine ne attestavano la carriera ed il coraggio. In gioventù aveva salvato, gettandosi in mare, un uomo che stava per annegare.

Che dire ancora di Piero Calamai? Ero di guardia, accanto a lui, sull’aletta di dritta del ponte di comando dell’Andrea Doria, quella fatale notte del 25/26 luglio 1956 quando la Stockholm ci puntò la prua contro e ci speronò, provocando l’affondamento della sua splendida nave: l’Andra Doria.

Lo ricordo ancora, le braccia allargate sul corrimano dell’aletta di dritta, per sorreggersi. Sembrava voler respingere la Stockholm con la forza della disperazione. Purtroppo non ci riuscì.

Questo è stato Piero Calamai: un uomo eccezionale. Un grande comandante. Il mio Comandante.

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