L’Archivio Fotografico Chierici, di notevole consistenza, presenta una ricchezza straordinaria. Con le sue istantanee, Chierici trasmette una sensazione di poesia e di calore umano. L’eredità, immortale grazie alle fotografie che ci ha lasciato, non può essere compresa se non attraverso la sua storia e le sue esperienze.

Le immagini che ci ha lasciato ritraggono una Genova di inizio Novecento, raccontata attraverso momenti sia di vita quotidiana e familiare che di grandi eventi, come l’Expo del 1914 e le grandi opere andate in scena sul palco del Carlo Felice.

 Pescatori in spiaggia Genova Foce

 Pescatori in spiaggia, Genova Foce

Ludovico Maria Chierici nasce il 7 maggio 1886 a Genova, la sua città, della quale vuole scandagliarne a fondo l’essenza. L’arte è la via per rappresentare il visibile e il non, dove tutto è soggettivo, personalissimo, ed è quello sguardo inconscio con cui pennelliamo la vita. Chierici è un artista perché decide di rappresentare il tangibile e l’intangibile attraverso uno strumento ancora giovane, ma perfettamente funzionale allo scopo: la macchina fotografica.

Chierici, non è un professionista, almeno inizialmente. Tra il 1902 ed il 1904 si approccia alla fotografia grazie al padre e soprattutto all’amico di famiglia, Adriano Santamaria, ma è nel 1908 che Ludovico fa il grande passo, acquistando una fotocamera Verascope e dedicandosi a fotografare la famiglia, gli amici, colleghi di lavoro e soprattutto i paesaggi a lui cari. Il bagaglio di fotografie di tale periodo è notevole: Genova e i suoi dintorni ne sono assoluti protagonisti. L’occhio di Chierici cade non solo sulle architetture, sui palazzi e le vie della città, ma si sofferma anche, e soprattutto, sulla loro dimensione umana, sul brulicare di vita degli antichi quartieri, restituendoci oggi immagini uniche, che vanno a creare il Mondo di Chierici, fatto anche dai ritratti dei propri familiari, dai paesaggi liguri e non solo, dalle scene di vita quotidiana dei genovesi.

Molti degli scatti inoltre si riferiscono all'Esposizione internazionale di marina e igiene marinara di Genova del 1914 che Chierici documenta dalle prime fasi di allestimento dei padiglioni, progettati da Gino Coppedé, fino all’inaugurazione da parte dei Reali e all’apertura al pubblico. 

Ludovico prosegue nel compito di “narratore” della sua città, esaltando a più riprese le rappresentazioni teatrali del Teatro Carlo Felice, grazie all’ottenimento di un permesso che gli concede la libertà di fotografare e di muoversi a piacere in tutti gli spazi del teatro genovese, compreso il palcoscenico.

Con l’arrivo dei nipotini, a partire dal 1941, si accentua maggiormente la sua dedizione nell’opera di documentazione della vita famigliare. Per gli anni a venire non c’è avvenimento o ricorrenza della famiglia, o con gli amici, in cui Ludovico faccia la sua comparsa con la Leica al collo. “Il nonno Ludovico era sempre perfettamente abbigliato in giacca, con il panciotto e la lobbia, sia a teatro, come in gita al mare o in montagna; sempre con il suo fedele cravattino, raramente in maniche di camicia”.

Per noi studiosi, appassionati è affascinante vedere il passato, con gli occhi del presente. Riusciamo a stravolgere le regole del tempo, facendo un tuffo nel passato. Si materializza così la costruzione del museo di storia naturale Giacomo Doria dove, nello spiazzo antistante, i giovani si divertono a giocare a pallone; si riprendono scene di vita quotidiana degli abitanti, come i pescatori e i bambini sulla spiaggia ella Foce; si osserva l’imponente mongolfiera di fronte alla stazione Brignole o i padiglioni dell’esposizione internazionale di Genova del 1914; si gela sotto l’imponente nevicata, mentre il tram della U.I.T.E. svolge il suo regolare servizio.

Piazza De Ferrari Genova 1909

 Piazza De Ferrari, Genova 1909


Ma il mondo di Chierici è ancor più variegato di ciò che potremmo aspettarci. È un mondo di sentimenti, dove all’amore per il proprio luogo natio si unisce l’amore per la propria famiglia. I ritratti familiari, nella loro intimità e semplicità aiutano a comprendere il carattere di Chierici che sfruttava la fotografia come passione attraverso l’esplosione di umane sensazioni, di irrefrenabili desideri. La vita di Chierici è nei suoi ritratti, nei suoi paesaggi, non solo genovesi ma anche liguri, nel levante, accanto agli umili, tra le lavandaie del fiume Entella, i pescatori e le tessitrici. Raffigurare la normalità dell’esistenza, delle sue facce, dei mestieri, dei paesaggi è forse il compito più difficile per un fotografo che può riuscire nel suo intento, solo se è parte di quel mondo, un mondo fatto di semplicità, umiltà, dove la bellezza scaturisce dalle piccole cose.


Genova dà, Genova riceve. Grato alla sua città, Chierici è immerso a pieno nelle attività della comunità in cui vive. Filantropo, promuove un nuovo indirizzo assistenziale educativo e geriatrico per la “Casa di Riposo e di Educazione”, nel quartiere di Struppa.


Per tutta la vita, lui, nato come amatore, indagherà, approfondirà la fotografia come il più grande dei professionisti. Il suo laboratorio diventerà il luogo per sperimentare, per creare nuove tecniche in grado di rappresentare la realtà. È il suo esercizio quotidiano, privo di secondi fini, se non quelli di tradurre materialmente le proprie emozioni, le proprie intuizioni e di ritrarre la mutevolezza dell’essere. Muore nella sua amata città, con la semplicità che lo ha sempre contraddistinto, ma ricordato per il suo immenso contributo alla fotografia. Fa ancora in tempo a lasciare un ultimo regalo a Genova e ai suoi cittadini: l’archivio. Oggi possiamo passeggiare nella storia anche grazie a Ludovico Maria Chierici.

Ritratto di famiglia 1910

 Ritratto di famiglia, 1910

A un anno dalla firma dell’accordo tra Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà sono disponibili on-line su Archimondi i primi risultati della collaborazione per la digitalizzazione del patrimonio filmico conservato in Fondazione.

Il primo archivio filmico ad essere interamente digitalizzato e presentato al pubblico è il Castellani – Setti composto da 41 pellicole prodotte tra la fine degli anni ‘20 e la metà degli anni ‘30 del Novecento.

 Castllani Setti Washington 1934

Fotogramma da una ripresa di Washington, 1934

 Nel giugno 2021 Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà hanno siglato un accordo volto alla digitalizzazione e promozione del patrimonio filmografico d’epoca. Le pellicole coinvolte, in corso di digitalizzate presso i laboratori di Luce Cinecittà, provengono da alcuni archivi di Fondazione Ansaldo. L’accordo intende valorizzare il patrimonio storico-culturale contenuto negli archivi, vere e proprie Fabbriche della Memoria, dove quest’ultima è materia da plasmare per produrre conoscenza, cultura e spunti di riflessione per il nostro presente e futuro.

Le tecnologie informatiche e digitali sono oggi un ulteriore strumento di valorizzazione, che consentono nuovi orizzonti di fruibilità nella convinzione che il patrimonio culturale sia un bene collettivo non soltanto da tutelare, ma anche da diffondere su larga scala. 

 Castellani Setti cascate del Niagare 1932

Fotogramma da una ripresa delle Cascate del Niagara, 1932

A un anno dalla firma dell’accordo sono disponibili i primi risultati della collaborazione on line su Archimondi, la piattaforma digitale di Fondazione Ansaldo dove è possibile consultare liberamente – inter alia – alcuni abstract filmici dell’Archivio Castellani Setti, composto da 41 pellicole originali in bianco e nero, la cui digitalizzazione in alta risoluzione è stata effettuata dall’Archivio Luce.

Il fondo filmico è costituito da parte della collezione del prof. Luigi Castellani, marito della signora Laura Setti, nipote di Giulio Setti, celebre direttore d'orchestra che l'impresario Giulio Gatti Casazza volle con sé nel 1908 per dirigere il Metropolitan Opera House di New York. La collaborazione durò sino alla stagione 1935 - 1936; in questi anni Giulio Setti si avvalse dell'aiuto di personaggi del calibro di Arturo Toscanini, Enrico Caruso, Ettore Panizza, Giorgio Polacco e Tullio Serafin.

La maggior parte dei filmati venne girata da Giulio Setti durante i suoi frequenti viaggi di lavoro: numerose sono infatti le riprese delle grandi metropoli oltreoceano dell'epoca, da New York a Washington, a cui si aggiungono molte città europee quali Verona, Vienna, Zurigo, Norimberga, St. Moritz e Salisburgo. Particolarmente suggestive sono infine le vedute di Genova che restituiscono l'immagine di una città vivace e in pieno sviluppo, ancora molto distante dagli orrori e dalle devastazioni del secondo conflitto mondiale che scoppierà pochi anni dopo.

Castellani Setti sulmare a Genova 

Fotogramma da una ripresa di Genova, anni ‘30

A valle della digitalizzazione in alta risoluzione delle pellicole originali, Fondazione Ansaldo in collaborazione con la Cooperativa Is.For.Coop ha realizzato gli abstract rappresentativi dei passaggi più significativi, aggiungendovi musica di accompagnamento in quanto le pellicole sono mute.  Gli abstract mostrano rare riprese delle città sopra citate. Chiunque desideri visionare i filmati integrali può inviare richiesta di consultazione alla Cineteca di Fondazione Ansaldo tramite l’indirizzo e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La messa on-line gratuita di questo primo nucleo di filmati è lo step iniziale della collaborazione tra Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà che punta anche alla realizzazione di eventi culturali, percorsi espositivi e mostre, progetti filmici e per percorsi didattici ed educativi. A tal proposito, Fondazione Ansaldo e Istituto Luce-Cinecittà parteciperanno insieme alla Biennale Tecnologia 2022 organizzata dal Politecnico di Torino a novembre con un audiovisivo che sarà realizzato integrando reperti delle rispettive foto-cineteche su temi connessi all’industria e al lavoro.

 

 Montaggio di varie riprese eseguite da Giulio Setti, anni ‘30

Il progetto di digitalizzazione portato avanti da Fondazione Ansaldo, ha visto come protagoniste, oltre «Civiltà delle Macchine», altre tre tra le più importanti riviste prodotte dal mondo industriale del ‘900. Oggi parliamo della «Cornigliano», esempio virtuoso dell’espressione della corporate culture, dell’identità di una realtà lavorativa che non è fatta soltanto di prodotti e risultati economici, ma anche di persone.

Fondazione Ansaldo ad oggi conserva 23 numeri, pubblicati tra il 1957 e il 1961, leggibili integralmente sul sito di Archimondi.

Cornigliano Rivista di informazione aziendale

 Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1960

Nel gennaio 1957, inserita in un articolato programma di relazioni pubbliche voluto da Gian Lupo Osti per la Cornigliano, iniziava la pubblicazione dell’omonima rivista d’informazione aziendale.

La sua rilevanza è dovuta sia alla qualità dei suoi articoli, sia perché fu chiaramente ispirata alla prestigiosa rivista coeva «Civiltà delle Macchine», distinguendosi da subito per essere, negli anni del “boom economico”, la più originale espressione di quella che oggi viene definita corporate culture. Venne pubblicata in circa 5.000 copie destinate ai dipendenti oltre a circa 4.000 copie per le pubbliche relazioni, con una periodicità bimestrale e fu preceduta da un numero unico edito nel dicembre 1956.

La redazione era composta da membri dell’Ufficio stampa e pubblicità dell’azienda, reparto che nel 1959 assunse la denominazione di Ufficio relazioni pubbliche.

Il primo direttore responsabile fu Arrigo Ortolani che si avvalse per la grafica di copertina e per l’impaginazione del contributo di un noto artista che aveva già collaborato per la società Esso Standard Italiana, il pittore genovese Eugenio Carmi. Fu però Gian Lupo Osti ad affidare nel 1956 a Eugenio Carmi la responsabilità di sovraintendere tutte le manifestazioni visive e le espressioni grafiche della Cornigliano.

Copertina di Eugenio Carmi il blooming

Copertina di Eugenio Carmi - il blooming,
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1957

Gli articoli della rivista non erano quasi mai firmati ma tra i collaboratori vi furono Giuseppe Ceccarelli, Giorgio Clavarino, Luciano Rebuffo e Carlo Fedeli, futuro direttore della «Rivista Italsider».

Sin dai primi numeri furono presentati articoli d’informazione sull’organizzazione aziendale, sulla realtà tecnologica dell’industria, sui dati economici della siderurgia nazionale e mondiale.

La rivista si proponeva inoltre anche nel suo specifico ruolo di mediazione e raccordo tra azienda e il mondo esterno.

Una volontà di trasparenza a cui si aggiungeva l'impegno a formare culturalmente ogni singolo lavoratore. Si affermava così come fosse giunto il momento di “…operare in concreto perché realtà e cultura, vita e pensiero, attività costruttiva e poesia trovino finalmente quei motivi di convergenza e di fusione che soli possono rendere spedito e fecondo il cammino della civiltà”.

Di conseguenza, nei numeri successivi venne presentato il programma d’informazioni, interne ed esterne, rivolto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti.


Questa politica di apertura al lavoratore e questa volontà di formazione continua trovarono un preciso corrispettivo anche nelle scelte grafiche operate da Carmi. In particolare attraverso l’uso in copertina di figurazioni informali e astratte del mondo siderurgico (altiforni, gasometri, laminatoi ecc.), si perseguiva la promozione dell’arte contemporanea.

Oltre a Carmi vanno ricordati gli illustratori Riccardo Manzi, Flavio Costantini, Renzo Vespignani e il fotografo svizzero Kurt Blum.

Seconda di copertina gasometri allo specchio

Seconda di copertina: gasometri allo specchio, fotografia di Kurt Blum
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1959

In seguito fecero la loro comparsa sulle copertine immagini fotografiche di opere pittoriche di artisti quali Emilio Scanavino e Georges Mathieu e di sculture di Arnaldo Pomodoro, Nino Franchina e Agenore Fabbri.

Le opere degli artisti contemporanei contribuivano alla costruzione dell’immagine pubblica della Cornigliano ed incoraggiavano i dipendenti - lettori ad ampliare le proprie conoscenze e la capacità di analisi culturale, nell’originale tentativo di avvicinare e coinvolgere il pubblico ad un’estetica di avanguardia promosso da Carmi e dal gruppo dell’Ufficio Relazioni pubbliche.

Sulla rivista vennero pubblicati articoli di cronaca aziendale, di storia, saggi e sintesi di conferenze.

Semplice ed avvincente la serie di articoli e studi storici presentati sul tema dello sviluppo industriale in Italia, quali «L’industria italiana alla vigilia dell’unificazione del Regno», «Le vicende dell’industria italiana dall’unificazione del Regno alla prima guerra mondiale» e «L’industria italiana fra le due guerre mondiali».

Particolarmente significativo, a sottolineare lo sviluppo dell’azienda, l’articolo «La siderurgia nell’economia genovese», contributo di Enrico Redaelli al convegno di studi economici e sociali “Città di Genova” nel febbraio 1960.

Nel dicembre 1960, in seguito alla fusione della Cornigliano nell’Ilva, le riviste «Cornigliano» e «Noi dell’Ilva» cessarono le pubblicazioni per dar vita ad un unico nuovo bimestrale destinato ai circa trentamila dipendenti della neo costituita Italsider: «Rivista Italsider».

La schedatura e la digitalizzazione del materiale presente su Archimondi è stata possibile grazie alla collaborazione di Noemi Santostefano nell'ambito del programma di tirocini curriculari dell'Università degli Studi di Genova.

sintesi della laminazione composizione in acciaio e rame

In copertina: sintesi della laminazione (composizione in acciaio e rame) di Arnaldo Pomodoro
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 1, 1960


Dalla fusione della Cornigliano nell’Ilva le riviste «Cornigliano» e «Noi dell’Ilva» cessarono le pubblicazioni per dar vita ad un unico nuovo bimestrale destinato ai circa trentamila dipendenti della neo costituita Italsider: «Rivista Italsider». Questa, completamente leggibile su sul sito di Archimondi, porta avanti la strategia di promozione culturale attuato dai vertici industriali e dedicata non solo ai dipendenti ma a tutte le comunità di cui essi facevano parte.

Ad oggi la Fondazione conserva 36 uscite che coprono un arco temporale che va dal 1960 al 1965.

 Copertina Rivista Italsider n.1. 1960

Copertina Rivista Italsider, n.1. 1960

La strategia di promozione culturale avviata dalla rivista «Cornigliano» proseguì e si perfezionò con la «Rivista Italsider», pubblicazione voluta per la nuova società nata nel 1961 dalla fusione mediante incorporazione della Cornigliano nell’Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia.

La prima uscita della rivista venne pubblicata in occasione del Natale 1960 - Capodanno 1961 come bimestrale d’informazione aziendale.

Direttore responsabile fu Carlo Fedeli, già a capo delle relazioni pubbliche della Cornigliano, e si avvalse della collaborazione di Arrigo Ortolani, già direttore della «Cornigliano», Giuseppe Ceccarelli e Giorgio Clavarino. Dal numero di marzo - aprile 1961 entrò inoltre nel Comitato di direzione anche Mario Lucio Savarese, uomo di riferimento della Finsider nella rivista.

La rivista si avvalse anche del contributo di giornalisti quale Luciano Rebuffo e di illustratori come Riccardo Manzi, Giancarlo Cazzaniga, Bruno Caruso e Flavio Costantini. La veste grafica venne curata nuovamente da Eugenio Carmi, che in quegli anni partecipò attivamente alla costruzione dell’immagine pubblica della siderurgia italiana. Grazie alla sua direzione l’arte continuò ad essere sempre presente, non solo nella copertina ma attraverso continui riferimenti, assicurandosi la collaborazione di celebri illustratori, scrittori, critici, scultori e fotografi.

Rivista Italsider n. 2 1963

Copertina Rivista Italsider, n.2. 1963 - Alberto Savinio - "I genitori", 1928

Tra gli artisti coinvolti si possono ricordare lo scultore Ettore Colla, Giuseppe Capogrossi, Franco Gentilini, Pierre Soulanges, Rocco Borella, Achille Perilli, Zoltan Kemeny, Victor Vasarely, Joe Tilson, Edo Murtic, Louise Nevelson, Robert Rauschenberg (vincitore della biennale di Venezia nel 1964), Alberto Savinio (fratello di Giorgio De Chirico).

In linea con gli intenti formativi e promozionali della cultura contemporanea nella pagina del sommario della rivista trovava spazio una sintesi biografica degli artisti e della loro produzione, e nell’ottica di offrire sostegno all’espressione artistica si rimarcava il connubio tra “le due culture”, l’umanistico-letteraria e la scientifico-tecnica.

La stessa attenzione alle vesti grafiche presente nella «Cornigliano» caratterizzò anche la nuova rivista: la copertina del primo numero presentava infatti un dipinto di Gino Severini intitolato “Nascita dell’Italsider” commissionato per l’occasione all’artista.

Nel secondo numero del marzo - aprile 1961 la copertina mostrava invece un dipinto di Eugenio Carmi intitolato “Ferro e acciaio 1961”, contestuale all’editoriale che presentava ufficialmente la nascita dell’Italsider - Alti forni e acciaierie riunite Ilva e Cornigliano - Società per Azioni.

Nella scelta editoriale di analizzare il mondo del lavoro nei suoi diversi aspetti culturali ebbe larga parte la celebrazione della capacità produttiva e delle ricorrenze aziendali, attraverso articoli quali «I dieci anni di Civiltà delle Macchine», «Novi Ligure», «I 30 anni dell’IRI», «Il centro siderurgico di Taranto nel piano di potenziamento della Finsider», «Il Capo dello Stato a Taranto», «A Genova una strada in acciaio».

Si pubblicarono inoltre articoli inerenti la formazione professionale dei lavoratori e rassegne sulla produzione nazionale ed internazionale dell’acciaio, presentando inoltre dati tecnici e statistici, bilanci, inchieste, temi di interesse aziendale e profili di autorevoli dirigenti (Oscar Sinigaglia, Antonio Ernesto Rossi). Al contempo aumentarono gli articoli di interesse culturale, come quelli dedicati alle mostre, al cinema, ai convegni, ai concorsi fotografici ed alle figure di importanti architetti (Gio Ponti, Pier Luigi Nervi). Particolarmente significativo fu l’impegno profuso dall’Italsider nella partecipazione alla mostra “Sculture nella città”, organizzata nell’ambito del “Festival dei Due Mondi” di Spoleto nell’estate 1962, che vide l’esposizione di numerose opere d’arte.

Rivista Italsider n. 4 1962

 Rivista Italsider, n. 4, 1962 - Spoleto, agosto 1962.
Lo scultore americano Alexander Calder sotto il suo grande "stabile" d'acciaio

Nel corso degli anni vennero presentati inoltre articoli, saggi e contributi di scrittori quali Umberto Eco, Gillo Dorfles, Francesco Cesare Rossi e Fulvio Tomizza.

La rivista, distribuita gratuitamente non solo ai propri dipendenti ma inviata anche a personalità del mondo politico, economico, industriale, finanziario e ad istituti culturali, fu considerata strumento di relazioni pubbliche ed elemento di pregio dell’azienda, alla quale si affiancava una serie di pubblicazioni minori edite a cura dei singoli stabilimenti.

Pubblicata per quattro anni, edita in circa 30.000 copie per i dipendenti e in circa 15.000 copie per le pubbliche relazioni, il periodico venne chiuso nel 1965, in relazione alla decisione di spostare il centro gestionale dell’Italsider da Genova alla sede romana della Finsider.

Dal 1960 ebbe inizio una maggiore articolazione dell’offerta informativa e formativa degli house organs interni all’Italsider con la pubblicazione di riviste di stabilimento quali «Cornigliano notizie», «Campi, Lovere, Savona notizie», «Bagnoli notizie», «Italsider notizie», «Piombino notizie», «Trieste notizie», «Taranto notizie».

Le riviste di stabilimento, coordinate da Giorgio Clavarino, erano conferma di quell’attenzione alle community relations e della valorizzazione delle peculiarità espressi dai diversi contesti produttivi e geografici.

Pietro Consagra nello stabilimento Italsider di Savona per la realizzazione di Colloquio con il vento

 Rivista Italsider, n. 4, 1962 - Spoleto, agosto 1962.
Lo scultore americano Alexander Calder sotto il suo grande "stabile" d'acciaio
realizzato nello stabilimento Italsider di Savona

La schedatura e la digitalizzazione del presente materiale è stata possibile grazie alla collaborazione di Andrea Baglietto e Matilde Sanguineti nell'ambito del programma di tirocini curriculari dell'Università degli Studi di Genova.

 

«Civiltà delle Macchine» era una rivista bimestrale pubblicata dal 1953 al 1979 grazie al sostegno di Finmeccanica e fondata da Leonardo Sinisgalli e da lui diretta fino al 1957.

Le pagine di «Civiltà delle Macchine», in parte disponibili su Archimondi, sono il frutto dell’ecclettismo di Sinisgalli, lui stesso interprete vivente dell’armonico connubio tra cultura umanistica e scienza.

Sinisgalli sulle pagine della sua rivista interroga i più importanti intellettuali del suo tempo e li invita ed esporre le loro considerazioni, riflessioni, ma anche paure ad angosce, sulle macchine e sul loro ruolo nella civiltà moderna. Problemi, discussioni, quesiti anche cruciali mai così centrali e attuali come oggi, in un’epoca in cui si costruiscono macchine che servono a delle macchine per produrre altre macchine.

La rivista è ritornata nel 2019 su iniziativa della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine.

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CdM-copertina-Una sagoma di acciaio nei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Trieste-novembre 1954-anno II, n.6

Nell’idea del suo ideatore, «Civiltà delle Macchine» doveva essere un “ponte” per mettere a contatto alcuni tra i massimi scrittori, artisti e poeti con la realtà della scienza, dell'industria, della tecnologia; un laboratorio in grado di verificare l’utilità, e per certi versi l’insostituibilità, dell’approccio creativo dell’arte e della letteratura come strumento di conoscenza per fenomeni che di letterario non hanno nulla.

La rivista nasce in un periodo storico particolare: da un lato gli orrori della guerra, nel 1953 ancora così vicini nella memoria da non poter neppure essere definiti ricordi, e quell’inquietudine di fondo che si portano dietro, generata dall’aver compreso in tutta la sua drammaticità la fragilità della vita umana, e dall’altro la voglia di rinascita e di ricostruzione, l’idea di un progresso potenzialmente senza limiti e la volontà di mettere quelle stesse macchine e tecnologie, portatrici di morte e distruzione durante la guerra, al servizio della collettività.

Sinisgalli interroga quindi i più importanti intellettuali del suo tempo e li invita ed esporre le loro considerazioni, riflessioni, ma anche paure ad angosce, sulle macchine e sul loro ruolo nella civiltà moderna. Le risposte oscillano tra l'utopia espressa da Moravia (“il dominio sulla macchina senza inconvenienti e senza pericoli”), l'ottimismo di Gadda (“La parola progresso, che altrove è mito e bugia, non è mito e neppure bugia, nel vasto cantiere della verità meccanica dove sono ad opera le macchine”), il pragmatismo di Tofanelli (“Dalla bicicletta a motore all’aereo supersonico, alle macchine a propulsione atomica, la sostanza non cambia. Nella lotta contro la miseria e per l’accorciamento delle distanze, la macchina ha un compito decisivo, ed è dalla parte di chi lavora”), i dubbi espressi dal pur entusiasta Ungaretti sulla possibile disumanizzazione prodotta dalla società tecnologica e sulla necessità di dominare la macchina, di “renderla moralmente arma di progresso”.

Problemi, discussioni, quesiti anche cruciali mai così centrali e attuali come oggi, in un’epoca in cui si costruiscono macchine che servono a delle macchine per produrre altre macchine.

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 Copertina - Volo di uccelli di Leonardo da Vinci -  gennaio 1953, anno I, n. 1

Proprio per questo nel 2019, dopo un silenzio durato quarant'anni, Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine ha deciso di rieditare la rivista, rinnovandone il progetto editoriale e proponendola con periodicità trimestrale per “…inoltrarsi nei terreni difficili della ricerca e del dialogo interculturale, avendo alle spalle non un mecenate ma una impresa radicata in questo Paese…”. Il primo numero della nuova rivista è stato presentato il 5 giugno 2019 al Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.

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Primo numero Civiltà delle Macchine giugno 2019