di Alberto Milvio

La storia di mio padre all’Ansaldo, iniziata nel 1977 e terminata nel 1983, si incrocia con uno dei momenti più difficili di questo secondo dopoguerra, con una parte rilevante degli apparati dello Stato e con alcune aziende-simbolo, come appunto Ansaldo, sotto la costante minaccia di attacchi e ritorsioni da parte delle Brigate Rosse. Ed è significativo come in un contesto così difficile, così perturbato, dove poteva essere naturale cedere al pessimismo e al disimpegno, lui aveva avviato un grande programma di rinnovamento sia organizzativo, con la creazione del Raggruppamento Ansaldo, che nei modi di lavorare in azienda, promuovendo una nuova leva di manager, favorendo l’introduzione di nuovi modelli di pianificazione strategica e di organizzazione del lavoro. Il tutto, come era nel suo carattere, facendo leva sulla coerenza nei comportamenti, sul senso di responsabilità, proprio e dei suoi collaboratori, senza cedere a tentazioni auto-celebrative o alla passione, oggi purtroppo diffusa, per gli annunci ad effetto.

Daniela Luigi Milvo 3

La storia di mio padre all’Ansaldo, iniziata nel 1977 e terminata nel 1983, si incrocia con uno dei momenti più difficili di questo secondo dopoguerra, con una parte rilevante degli apparati dello Stato e con alcune aziende-simbolo, come appunto Ansaldo, sotto la costante minaccia di attacchi e ritorsioni da parte delle Brigate Rosse.
Ed è significativo come in un contesto così difficile, così perturbato, dove poteva essere naturale cedere al pessimismo e al disimpegno, lui aveva avviato un grande programma di rinnovamento sia organizzativo, con la creazione del Raggruppamento Ansaldo, che nei modi di lavorare in azienda, promuovendo una nuova leva di manager, favorendo l’introduzione di nuovi modelli di pianificazione strategica e di organizzazione del lavoro. Il tutto, come era nel suo carattere, facendo leva sulla coerenza nei comportamenti, sul senso di responsabilità, proprio e dei suoi collaboratori, senza cedere a tentazioni auto-celebrative o alla passione, oggi purtroppo diffusa, per gli annunci ad effetto.
Un episodio di quegli anni aiuta a comprendere meglio il carattere e la persona di Daniele Luigi Milvio. Molti, durante la giornata che gli era stata dedicata presso la Fondazione Ansaldo nel novembre del 2017, hanno voluto ricordare la decisione di spostare la direzione della società dallo stabilimento di Campi a quello di Sampierdarena, dove più forte e radicata era la presenza delle Brigate Rosse. Questo gesto, fatto quasi in silenzio senza enfasi ma con la consapevolezza di voler dare un segnale importante di presenza e di vicinanza a tutti i lavoratori dell’Ansaldo rappresentò un modo semplice, anti-eroico, ma terribilmente efficace per dire due cose fondamentali in un frangente simile, vale a dire che lui c’era e che non aveva paura.  La decisione, presa in quelle circostanze, credo valga più delle tante parole che spesso ancora oggi si sentono pronunciare sulla inderogabile – e quasi mai realizzata - necessità di “fare squadra”.
Ma quegli anni non furono solo gli anni di piombo, come si usa definirli. Furono anche gli anni dei primi Piani Energetici Nazionali, del programma nucleare, delle partnership e delle collaborazioni internazionali. Impegni e progetti ai quali mio padre si dedicò con passione e con lo spirito del civil servant chiamato a dare, come capo azienda, il proprio contributo allo sviluppo del paese in un’area strategica come quello della politica energetica.  Il tutto, sempre, senza mai perdere il senso della misura, non accontentandosi mai, sperimentando nuove soluzioni e valorizzando la competenza e l’esperienza di quelli che assieme a lui erano coinvolti in queste iniziative.

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Per il ruolo che ricopriva e per l’importanza strategica di Ansaldo, seppe anche mantenere un rapporto con la politica e con le istituzioni aperto, senza compromessi, difendendo quando era necessario le proprie scelte e i collaboratori. Questo aiutò senz’altro l’Ansaldo; meno forse la sua carriera. Ma su questo non ebbe mai rimpianti.
Per lui la religione del lavoro, coltivata con passione lungo tutto l’arco della sua vita professionale, non divenne mai una passione esclusiva, totalizzante. Centrale rimase sempre, il suo legame per la sua terra di origine, la Valtellina, e la passione per la montagna.
La montagna ha avuto senza dubbio un’importanza nella formazione del carattere e del suo “stile manageriale”. Perché chi ama e frequenta la montagna, come ha fatto lui sino alla fine, conosce il valore della prudenza, del silenzio, impara ad ascoltare, a misurare le proprie forze. Mio padre ha affrontato i lunghi e difficili anni in Ansaldo con lo stesso spirito e con la stessa determinazione con i quali per tanti anni ha percorso i sentieri della Valtellina. Dalla sua terra vengono anche il modo semplice, sobrio, privo di qualsiasi retorica, con il quale ha sempre affrontato anche le circostanze più difficili.Infine, se provassimo a rintracciare dopo anni la sua eredità, alcune cose vengono in mente.
La prima, è un’eredità che potremmo definire industriale. Oggi il Raggruppamento Ansaldo non esiste più ma numerose realtà nate da quell’esperimento organizzativo sono ancora vive e continuano a rappresentare delle storie di successo: Ansaldo Energia, Ansaldo STS, Esaote e altre ancora, che hanno contribuito a sostenere il tessuto produttivo dell’area di Genova. Da quell’esperimento, breve ma intenso, è nato anche un tessuto di aziende piccole e medie nel settore dell’elettronica e dell’automazione con una forte vocazione allo sviluppo internazionale e all’innovazione.
Ancora, da quell’esperienza è nata una classe dirigente che a sua volta ha contribuito a formare una nuova generazione di giovani cresciuti sia in azienda sia attraverso lo sviluppo di iniziative imprenditoriali. Generazioni che hanno in questi anni contribuito alla difesa del tessuto industriale della regione.
E infine, un’eredità altrettanto importante, trasmessa alla generazione di manager che hanno avuto la ventura di condividere con lui quegli anni, ma anche ai figli e ai nipoti e a tutti quelli che gli sono stati vicino. È un lascito più difficile da classificare per il carattere intangibile ma non meno significativo. Si tratta di uno stile, di un modo di intendere il lavoro e le responsabilità che ne derivano che aveva in sé qualcosa di molto moderno ma anche di molto antico, radicato.
Parlo di una passione per il lavoro autentica, senza retorica, di un fastidio quasi fisico per i toni alti e declamatori per le affermazioni trionfalistiche. Parlo della convinzione profondamente radicata, che gli atti parlino più delle parole e che il ruolo non giustifichi l’arroganza ma porti solo maggiori responsabilità.
Parlo di un’apertura al nuovo e all’innovazione autentica partendo da una solida e radicata convinzione di quanto sia importante fare bene il proprio mestiere. In fondo, mio padre avrebbe potuto fare proprie le parole del Conte di Kent in risposta a Re Lear che, non riconoscendolo, gli chiedeva chi fosse: “all I am is diligence” gli rispose Kent, vale a dire: “Tutto quello che sono, è fare bene il mio mestiere”. 

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