Di Guido Conforti,
Vicedirettore  Confindustria Genova

Guardando i recenti dati ISTAT relativi al numero di persone impiegate nel settore industriale si tende a pensare ad una perdita progressiva di occupati e dunque a un mutamento in negativo. Se però si considerano i cambiamenti nei processi produttivi, la globalizzazione dei mercati, il mutamento di domanda e offerta e la nuova articolazione delle catene internazionali lo scenario apparirà ben diverso. I processi manifatturieri sono ormai scomposti, anche in imprese autonome e solo alcune di queste figurano come industriali. È altrettanto distorsivo ritenere altra cosa rispetto alle catene del valore manifatturiere la consistenza delle imprese, figlie di un know-how radicato nei 150 anni di storia industriale della città, che svolgono attività di ricerca, innovazione tecnologica, ingegneria, management di processi, gestione dei dati. La sfida più importante che Genova e la Liguria devono però vincere è quella demografica; creare le condizioni affinché, oltre a rimanere, un numero sempre maggiore di persone decida di venire a vivere, studiare e lavorare in questo territorio così ricco di valori e di competenze, non sempre facile da apprezzare compiutamente. Si tratta anche in questo caso di una grande impresa, di cui è lecito augurarsi un grande successo.

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Un esercizio ricorrente nel parlare dell’industria genovese e ligure è quello di evidenziare (nel senso di stigmatizzare e lamentare) la perdita progressiva di occupati nell’industria come sintomo del declino economico, pertanto anche demografico, del territorio. I numeri offerti dalla statistica, almeno apparentemente, rappresentano la dimensione di questo fenomeno.  I dati ISTAT sulla rilevazione delle forze di lavoro dell’ultimo trimestre 2019, prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria per la pandemia da COVID-19, indicano 118.000 occupati nell’industria a livello regionale, che diventano 77.000 se si esclude il settore delle costruzioni. In percentuale sul totale degli occupati, la consistenza del comparto industriale così descritto equivale rispettivamente al 19,4% e al 12.6% del totale. Sembrerebbe così compiersi l’atto (finale?) di un lungo processo di terziarizzazione che ha segnato in modo indelebile la storia del territorio negli ultimi 40 anni.

In verità questo giudizio corrisponde solo molto parzialmente alla reale natura dei fatti, in quanto non tiene nella debita considerazione alcuni elementi fondamentali che hanno caratterizzato i processi produttivi in questa fase storica: la globalizzazione dei mercati e la conseguente articolazione delle catene internazionali del valore; l’outsourcing di componenti e funzioni aziendali, l’evoluzione della domanda – e conseguentemente dell’offerta – verso modelli di servitizzazione, il cambiamento degli stili di vita e il loro impatto sugli assetti urbani, la rivoluzione digitale e, non da ultimo, il cosiddetto green deal.  

La prima conseguenza di tutto ciò è la scomposizione dei processi manifatturieri in una successione di fasi che comprendono l’estrazione o il riciclo delle materie prime, la progettazione, la produzione di componenti, beni intermedi e prodotti finiti, la logistica, la commercializzazione, la manutenzione e i servizi post vendita; tutte fasi che, in quanto svolte da imprese autonome all’interno della filiera, solo parzialmente risultano svolte da aziende identificate dalla statistica come industriali. Questo fa sì che, stando al caso genovese e ligure, sia distorsivo considerare come esterna al processo industriale la componente logistico-portuale di cui, al contrario, è parte essenziale. Così come è distorsivo ritenere altra cosa rispetto alle catene del valore manifatturiere la consistenza delle imprese, figlie di un know-how radicato nella storia industriale della città, che svolgono attività di ricerca, innovazione tecnologica, ingegneria, management di processi, gestione dei dati.

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 D’altra parte, anche le imprese industriali in senso proprio stanno cambiando profondamente, almeno per le attività che svolgono in città. Uno degli interventi più significativi di trasformazione urbana, immaginato dal Piano Territoriale di Coordinamento degli insediamenti produttivi dell’Area Centrale Ligure alla fine degli anni ’80, è stata la realizzazione di un Parco Scientifico e Tecnologico sulla collina degli Erzelli, alle spalle di Sestri Ponente. Ad oggi il Parco, rinominato come Great Campus, ospita una ventina di imprese, alcune di grandi dimensioni e appartenenti, anche per la statistica ufficiale, al comparto industriale come Siemens, Ericsson ed Esaote; eppure da Erzelli non esce alcun “manufatto”, ma conoscenze, prototipi, software, sistemi.

I 150 anni di storia dell’industria genovese hanno consolidato un consistente tessuto di imprese (poco importa se catalogate ai fini statistici come “industriali”) operanti nel settore dell’alta tecnologia e che, nell’insieme, creano quello che spesso viene identificato come “ecosistema locale dell’innovazione”. Si tratta di oltre 3.700 imprese su scala regionale, che insieme ai centri di ricerca tradizionali come l’Università di Genova, il CNR e, dal 2006, l’Istituto Italiano di Tecnologia, occupano circa 35.000 persone all’interno di startup e piccole imprese innovative, medie e grandi aziende come Leonardo, Hitachi Rail STS, Rina, Algowatt, Engineering, Sedapta, che operano in un mercato internazionale.

Tra queste figurano anche le aziende che sviluppano impianti e macchinari con tecnologia proprietaria come Ansaldo Energia, ABB, ASG Superconductors, Toshiba, Tenova, Paul Wurth, Fisia Italimpianti.

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Un altro comparto industriale che continua ad essere caratteristico dell’industria genovese e ligure, nel filone di una forte specializzazione in prodotti ad elevato contenuto tecnologico è quello della cantieristica navale, che oltre alla presenza articolata del Gruppo Fincantieri sul territorio regionale, tra Genova, Riva Trigoso e La Spezia, affianca presenze significative di imprese private come i cantieri Mariotti, San Lorenzo e, nella nicchia del refitting di mega yachts di Amico & Co.

Passando dall’acqua all’aria, tra la produzione di mezzi di trasporto va certamente ricordata Piaggio Aereo Industries, che con il terzo millennio ha unificato gli stabilimenti produttivi di Genova e Finale Ligure nell’unico cento di Villanova d’Albenga.

Come detto, il porto e la gestione delle catene logistiche che nei teminal portuali hanno i loro snodi fondamentali, non sono altra cosa rispetto all’industria. Essi stessi sono sistemi organizzativi complessi, che necessitano di uno sviluppo tecnologico sempre più spinto unitamente a competenze gestionali in grado di reggere la concorrenza a livello continentale e globale.

Con l’ultima riforma legislativa, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale comprende la gestione dei porti di Genova e Savona, all’interno dei quali alla piattaforma dedicata al traffico contenitori del Vte a Prà Voltri, si è recentemente affiancata l’ulteriore piattaforma di Vado Gateway. All’altro lato della Regione, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientali si estende dal porto di La Spezia fino a Marina di Carrara.

Il futuro dirà in che modo si sarà saputo non soltanto gestire in maniera efficiente il volume crescente dei traffici portuali con origine e destinazione globale, ma anche sviluppare settori qualificati dell’indotto industriale che possono beneficiare di infrastrutture adeguate a filo banchina per la finitura e preparazione di merci – ad esempio impianti e beni di grande dimensione - prima dell’imbarco per le destinazioni finali.

Non solo merci, comunque: Genova sta sviluppando la propria funzione come punto di attracco di reti primarie sottomarine per la trasmissione di dati in fibra ottica; al progetto BlueMed attualmente sviluppato da TIM Sparkle per il miglioramento sostanziale della connettività tra Europa, Medio Oriente, Africa e Asia, è previsto che facciano seguito altri operatori e che Genova, in analogia a Marsiglia, possa candidarsi a essere centro eleggibile per la localizzazione di data center e connesse funzionalità.

Si sostiene spesso, e a ragione, che l’economia ligure si poggia principalmente su tre gambe: l’alta tecnologia, il porto e il turismo.

Non è fuor di luogo comprendere il turismo (o come sarebbe più corretto dire “i turismi”) tra le categorie dell’industria.

L’enorme sviluppo del settore delle crociere, con gli home port liguri di Costa Crociere e MSC, mette in evidenza la necessità di un’organizzazione sofisticata di tipo industriale per gestire un mercato e flussi di clienti di tale dimensione e che trova, sullo stesso territorio ligure, i centri per la costruzione delle più innovative navi del settore.

Tuttavia, l’industria dei turismi, non è e non può essere solo mercato delle crociere. Dalla fine del secolo scorso, progressivamente Genova e la Liguria hanno scoperto una propria vocazione, che corrisponde a reali motivi di interesse su cui si può far leva, per l’attrazione di importanti e crescenti volumi di turisti, non solo nel comparto leisure, ma anche B2B. La pandemia da COVID 19 impone certamente di ripensare a come evolverà questa componente così fondamentale anche per l’economia ligure, ma di certo non ne ha annullati i presupposti.

Ma la sfida più importante che Genova e la Liguria devono vincere è quella demografica; creare le condizioni affinché, oltre a rimanere, un numero sempre maggiore di persone decida di venire a vivere, studiare e lavorare in questo territorio così ricco di valori e di competenze, non sempre facile da apprezzare compiutamente.

Si tratta anche in questo caso di una grande impresa, di cui è lecito augurarsi un grande successo.

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Immagini fornite da Confindustria Genova

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