di Massimiliano Lussana

Il progetto Mostre in Fabbrica prosegue con la seconda mostra dedicata alla storica rivista Civiltà delle Macchine, oggi rieditata da Fondazione Leonardo che ha contribuito alla realizzazione del percorso espositivo fornendo materiale relativo alla nuova edizione della rivista.

A presentarci la sua storia è Massimiliano Lussana, giornalista e curatore del libro I Mille del Ponte editato dalla nostra Fondazione.

A lui va un nostro sentito grazie per aver dato voce alle immagini in mostra.

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Per raccontare Leonardo Sinisgalli, la sua genialità, la sua anima, il suo cuore, la sua passione, la sua capacità di vedere il futuro prima che accadesse, come nella poesia più nota di Rainer Maria Rilke, entrare nella sede di Leonardo in via Puccini a Genova è più utile di un lungo e pensoso saggio di migliaia di pagine.

Al di là dei tornelli e delle macchine che leggono i badge, ci sono 1700 dipendenti. E ci sono laboratori, simulatori, uffici, officine, spazi comuni.

C’è la fabbrica, sia pure in una visione non più fordista e novecentesca, molto ambulatorio pulitissimo e profumato e poco odore e olio di macchina, ma pur sempre fabbrica.

Soprattutto, è fabbrica a Sestri Ponente che del lavoro e del saper fare italiano è quasi materiale da dizionario dei sinonimi, sublimazione elevata a potenza, capitale italiana se ce n’è una.

E l’allestimento della mostra che racconta “Civiltà delle macchine”, di ieri e di oggi, e Sinisgalli in uno dei corridoi della sede di Leonardo è qualcosa in più di una scelta aziendale, per quanto illuminata, esattamente come è stata #Woman, la mostra che l’ha preceduta dedicata al lavoro delle donne in fabbrica.

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Non servono effetti speciali, basta Sinisgalli, le sue parole, il suo eclettismo, le sue intuizioni, il suo saper coniugare umanesimo e scienza, la sua partenza da Montemurro, 1207 abitanti in provincia di Potenza e la sua capacità di conquistare il mondo senza mai dimenticare le origini lucane.

E quello sguardo dolce anche nella polemica del genio di Montemurro è lo stesso sguardo che si trova nelle fotografie di Peppino Caldarola, il suo successore sessantasei anni dopo nella rivista diretta oggi da Antonio Funiciello.

Guardando i pannelli con le copertine di “Civiltà delle macchine”, quelle del 1953 e quelle del 2019, alla ripresa della storia, la continuità ideale è immediata, fortissima, come un pugno nello stomaco e nella testa.

E, scorrendo le immagini sul taccuino, disordinati, restano degli appunti che vi ripropongo quasi pari pari, perché frutto di emozioni, di flash dialettici, come le Polaroid di una volta, quelle che uscivano direttamente dalla macchina fotografica con un profumo (o, forse era un po’ una puzzettina, ma ci sembrava la più dolce delle essenze) della carta chimica e il bordo bianco, a volte un po’ sfuocato, ma che immortalavano perfettamente la nostra impressione.

Così.

Quindi, fior da fiore, le impressioni che emergono da questa splendida mostra, splendida nei contenuti, nella curatela e negli allestimenti mai scontati.

Ad esempio, colpisce la serenità assoluta delle immagini e dei disegni degli anni Cinquanta, quasi naif, e tanto diversi dalle immagini del 2019 e del 2020. Che, talvolta, riproducono gli stessi soggetti. Ma di sereno non hanno più nulla, sono ansiogeni, a tratti drammatici, come se la perdita dell’innocenza stesse nel passaggio fra il computer innocente e tenero che gioca a carte, con un chè di disegno di Lele Luzzati, e lo stesso robot ormai umanizzato, ma forse proprio per questo più cattivo ed inquietante.

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E poi Sinisgalli fra i ragazzi delle scuole e la fabbrica che andava fra i banchi e, viceversa, gli studenti che facevano la “visita d’istruzione” in una fabbrica che riusciva ancora ad essere gioiosa e positiva, emblema di riscatto sociale e non di alienazione, ancora lontana dal Lulù Massa de “La classe operaia va in Paradiso” di Pietro Germi e dallo scontro sociale deflagrato con quel film.

E, ovviamente, le firme della “Civiltà delle macchine” di Sinisgalli: c’è Carlo Emilio Gadda, c’è Arturo Tofanelli, c’è Alberto Moravia che auspica l’uso delle “macchine per il bene, non solo per il male”.

E, soprattutto, c’è Giuseppe Ungaretti che nel primo numero di “Civiltà delle macchine” si chiede: “Come farà l’uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per dominarla, per renderla moralmente arma di progresso?”.

Splendida domanda che accompagna i primi cinque anni di “Civiltà delle macchine” e che si inserisce perfettamente nella storia di quegli anni di Adriano Olivetti, di Enrico Mattei, di un’Italia che faceva l’Italia.

E qui arriva il succo della mostra che va molto al di là della ricostruzione storica.

Perché, certo, è importantissimo raccontare il passato e vedere come Sinisgalli, genio ancora poco conosciuto, fu un precursore negli slogan, nel design, nel concetto stesso di pubblicità industriale, quasi prefigurando quello che sarebbe arrivato nel decennio successivo, negli anni del boom, quasi prendendo per mano l’Italia povera uscita dalla guerra e post-contadina e accompagnandola in una fabbrica non alienante, ma amica, alleata.

Ma, fin qui, per l’appunto, sarebbe solo una perfetta ricostruzione storica.

Splendida, utile per compulsare il passato, ma finita lì, punto. E bon.

Ma la magia di tutto questo è invece come fossimo nella filosofia di Bernardo di Chartres e fossimo nani sulle spalle dei giganti.

Nani giganteschi, però.

Perché la risposta alla domanda di Ungaretti del primo numero del 1953 arriva nel primo numero della nuova serie di “Civiltà delle macchine” nel 2019, con Luciano Violante che risponde indirettamente al poeta sessantasei anni dopo e coglie il punto non nella dicotomia fra l’uomo umano e la macchina disumana, ma scrive che “è l’uomo che non deve disumanizzarsi” e in questa frase c’è tutta la logica di “Civiltà delle macchine”, vecchia serie e nuova serie, quasi un manifesto programmatico della rivista e della mostra: “L’uomo è disumanizzato dall’uomo, non dalle macchine”.

Ed è significativo che anche l’altra frase forte che mi porto a casa uscendo dalla mostra è quella di Giancarlo Giorgetti che, esattamente come Violante, frequenta umanità e politica, e usa una parola splendida, la parola che contiene tutte le altre parole, per commentare questa dicotomia fra macchine e uomini, fra fabbrica e umanità.

Scrive: “Pietas”, Giorgetti.

E non c’è nulla di più forte, nulla di più decisivo, nulla di più definitivo e devastante di questa parola.

Di più bello.

Altro che ricostruzione storica.

Qui c’è il cuore di “Civiltà delle macchine”, vecchia e nuova edizione.

Qui c’è l’eredità di Sinisgalli.

Qui c’è la logica di raccontare il passato, ma solo ed esclusivamente per capire il futuro.

Ripassando di fronte alle foto di Sinisgalli prima di uscire dalla fabbrica di Sestri, sembra quasi che guardi proprio te, che ti faccia l’occhiolino dietro le lenti, che sorrida con gli occhi, come se ti dicesse che ha capito che hai capito.